Alla Signora Livia,
madre del Tenente di Vascello
Alessandro ne Santis:
quattro pagine di vita vissuta.
Così scrissi tanti anni fa su quattro fogli di carta spessa che strappai di nascosto da un brogliaccio di bordo.
Sono le stesse pagine unte ed ingiallite che, da allora, hanno sempre atteso di essere trascritte in bella copia: perchè potesse giungere a questa Mamma sconosciuta la storia che certamente le sta a cuore più di qualsiasi altra; che nello stesso tempo è la mia storia, la stessa di tanti marinai e di tante mamme.
-Mancano pochi minuti alle tredici
-Comunicazioni dell'E.I.A.R
-Segnale orario
-Bollettino n° 190
"Come già citato nel Bollettino n° 180, il sommergibile "AR GO ", comandato dal Tenente di Vascello Alberto Crepas, che ha silurato il 1° dicembre in Atlantico il cacciatorpediniere canadese "SAGUENAY", ha attaccato il 5 dicembre un convoglio fortemente scortato, silurando un piroscafo di 12 mila T. che è affondato capovolgendosi".
Siamo lì tutti radunati in piazzetta, perchè increduli a tutte le promesse.
Dati convegno, perchè volevamo sentire con le nostre orecchie il nome del nostro "Battello". Era il premio più ambito.
Ed ecco il nostro pensiero che scavalca i Pirenei e le Alpi e vola accanto a quei cuori eccitati davanti alla radio; fra la Mamma e il Babbo il fratello e la sorella, a dir loro che sono vere e non è magia le parole che hanno sentite "Abbiamo letto il bollettino delle Forze Armate. "
C'è il sole, siamo alla metà di dicembre, fa freddo. Il camerone con la stufa accesa, al centro, è il luogo più invitante di questo mondo.
-Andiamo?
-Sì, aspetta.
È un motorista come me, da una tasca scucita della sua tenuta di macchina, mimetizzata dall' olio e dalla nafta, tira fuori uno straccio colorato, se lo passa al naso, poi agli occhi.
-Andiamo.
Anch'io ci avevo pensato, ma a me non vengono le lacrime agli occhi (Una Mamma in questo istante, incredula dalla gioia come tutte le nostre mamme, per il felice rientro, sarà corsa barcollando sul primo ritratto del figliolo, se lo sarà stretto al cuore con la poca forza che l' emozione non le aveva tolta; guardato come si guarda l'immagine di un Dio, coperto di baci e bagnato con le sue lacrime sante Povera Mamma.)
La giornata era stata grigia, il grigio autunnale di novembre pieno di malinconia. È forse permesso ad un sommergibilista la superstizione, il sentimentalismo? ...No! ...Però quando uno di noi non si è mai incantato ad ammirare un tramonto, quel tale ha sicuramente una paura matta dei sogni, dei tredici e di tutti i venerdì del calendario. Ed ecco che una nube si sbianca, si rompe, ne esce uno spiraglio di luce viva: è il sole, come persona cara, che arriva tardi, ma sempre in tempo, con il sorriso dell'augurio. Si partiva.
Ventidue giorni di mare, vestiti della più rigida tenuta invernale, sfilano veloci uno alla volta nel mio cervello. Sono i ventidue capitoli di un romanzo tragico ed affascinante, interamente vissuto. I primi giorni pacifici turisti in un mare sconfinato; poi, finalmente la diana, nelle prime ore di un mattino di dicembre. È il via.
Le onde senza tanti ambasciatori cominciano a farci sapere che non navighiamo nelle acque tranquille di un lago, ma non ha importanza. Un attacco fulmineo, che sorprende tutti, meno i pochi di guardia, termina in un pauroso boato: una fiammata, una colonna d'acqua, una densa cortina di fumo bianco, poi nulla. Tenebre e mare. Quando è giorno ritorneremo sul posto e raccoglieremo i relitti del cacciatorpediniere.
C'è un po' d'orgasmo a bordo, ma dura poco. Il mare ingrossa.
Operiamo quindi in attacco collettivo con sommergibili tedeschi; c'è buona preda in vista e quella sera stessa, siamo già in zona d'attacco. Notte senza luna e senza stelle: solo razzi illuminanti nell'aria, accompag1lati dall'andare e venire di proiettili traccianti e da rombi di cannone in tutte le direzioni. Ogni tanto, metodicamente, implacabilmente, una fiammata sinistra illumina l'orizzonte di una terrificante bolgia infernale. I radiotelegrafisti di bordo,
captano uno dopo l'altro, sempre più frequenti, gli S.0.S. lanciati dalle navi che, tutt'intorno a noi, nel raggio di 10 miglia, sono cadute nella inesorabile rete di ferro e di fuoco S.0.S. ancora, altre navi che hanno finito di navigare.
Una notte intera spettatori impassibili, freddi calcolatori con il minuto secondo, il miglio e il grado, fin quando una enorme massa oscura è vista venir contro alla nostra prora. Avevamo dimenticato in quell'istante il mare ed il suo gioco furibondo. Al "fuori" un'ondata di traverso ci sposta letteralmente la prora; il siluro parte e va a vuoto: è irrimediabile. La massa oscura prende una forma sempre più distinta e ci viene contro decisamente. Non ci resta che sparire al più presto dalla superficie.
Riemergiamo alla sera dopo quattordici ore sotto le bombe: la caccia sistematica, lenta, metodica, snervante. Facemmo così la sua conoscenza, posti a 100 metri, in silenziosa, titanica, estenuante fatica. Siamo solo agli inizi.
Il giorno di S. Barbara, c'è stato rancio speciale a bordo: cognac e biscotti alle dieci ed una pastasciutta coi fiocchi a mezzogiorno. Le vedette in plancia si erano già date il cambio e ci eravamo accantucciati in camera motori, davanti al pentolone, dove il caffè finiva allora di bollire Un colpo di mare ci ammucchia tutti da una parte, la pentola evade dai fornelli e del caffè non rimangono che i fondi. Non ci è dato nemmeno un secondo per rammaricarci
dell'accaduto che I'interfonico, dalla plancia, dà a tutti i locali il segnale dell'allarme aereo. Si ripete due tre volte: "Allarme aereo -a tutti i locali: posto di combattimento -mitraglieri in plancia" ed ha inizio il carosello della morte.
Due attacchi nel giro di una ventina di minuti; poi, il "SUNDERLAN", evidentemente spennato in qualche arteria vitale, scarroccia, si allontana e scompare.
All'indomani, basta un siluro che non perdona ed il boccone più grosso in una fila sghemba di navi, è centrato in pieno e scompare. Caccia immediata, bombe che per un certo tempo fanno pensare solo al regno qei cieli, sordi ed ancora storditi si riemerge quando il sole è già alto.
Si continua ad andare avanti.
Seguono quattro interminabili giorni alle prese con l'uragano, a più di mille miglia dalla costa. Sei ore su ventiquattro in superficie: ore di acrobazia per tenerci diritti nell'interno; ore di eroica fatica per la gente in plancia, legata ed inzuppata nel gelo Il mare è in furia contro tutti gli elementi: durante le poche ore di carica e rigenerazione d'aria, costretti per forza a navigare in superficie. Il "Battello" beccheggia, scendendo or di prora ed or di poppa con
una velocità impressionante; quando rolla, fa tenere il respiro in sospeso, restando fermo per secondi eterni in una posa obliqua da capovolgere Ogni tanto torretta e vedette sono totalmente immerse in una ondata gigantesca, ed allora il personale di guardia in camera manovra è di fronte alla più raccaIpricciante delle cascate. Ogni dispositivo sotto stante un po' alla volta si rende inservibile. La radio, ormai irriparabile, non riceve e non trasmette.
Nelle prime ore del quarto giorno, un cortocircuito, per la caduta d'acqua dal portello della torretta, forse la più nutrita di tutte le precedenti, genera una fiammata; una fiamma che si propaga come il propagarsi della folgore: un paio di secondi immersi in un bagliore di luce accecante; poi, nel buio perfetta, si va in immersione. Si rientra!
È l'avviso che tutti raccogliamo con la più viva soddisfazione. Ormai il "battello" è pressocchè inservibile per nuocere al nemico. I salti ed i balli dalla gioia, naturalmente, ce li fa fare ancora il mare. Ma quali ostacoli non avremmo sormontato, pur di giungere al più presto alla nostra base ??? I giorni e le ore sono segnate metodicamente, con l'avidità e I'ingordigia d'un usuraio che conta e depone nel suo scrigno segreto, le ultime gemme di uno stupendo diadema Passano alcuni giorni e finalmente l'Ufficiale di rotta, ci dà l'avviso: mancano ventiquattro ore. .Siamo in pieno golfo di Guascogna.
Alle quattro del pomeriggio, la solita scrollatina mi sveglia: è il mio turno di guardia. Rispondo, come il solito, con il più insignificante dei gesti alla scrollatina, ma non mi alzo Ancora immerso nel torpore del sonno sento un frammistio di voci, di comandi eccitati dalla plancia: telefoni, microfoni, telegrafi di macchina sono in orgasmo; i termici fanno cento manovre. Mi drizzo a sedere, tenendomi dove meglio posso, con le mani, sulla traballante branda: vedo facce sbiancate, occhi sbarrati, corpi convulsi chi si muovono meccanicamente, ed ecco uno che parla:
-Il tenente è amare! No! lo non credo Nessuno ci crede Il mare è ancora grosso, ma i cinturoni sono solidi Calmo ed impassibile, di granito, come erano di granito le vedette di fronte al frangersi di quelle onde fredde e selvagge, aveva dato il cambio di guardia. La voce è raccolta e corre per tutti i locali: dà ancora un rapido consulto al suo cronometro; è ora, e impensatamente si libera da ciò che lo lega, su quel punto più alto della torretta Un'onda è là in agguato che spia. Balza sopra tutto e tutti, con la felinità affamata di una fiera. Un attimo
di smarrimento, di confusione, poi un grido lacerante:
- Fermare e macchine !!!
Indietro tutta!!!
Il Tenente è a mare: salvagenti, cime e sacchetti e tutto ciò che galleggia gli viene gettato contro. Lui si libera del cappottone di pelle, degli stivali e man mano di tutto ciò che ingombra e che pesa, con la prodigiosità di un eroe mitologico, in una lotta furibonda per la vita e per la morte Il Comandante manovra con ogni mezzo a disposizione per portarsi vicino col "battello". Un cannoniere che non ha tempo per gli indugi, legato malamente alla vita con la cima di un sacchetto, si butta a mare. È con lui il cuore e l'anima dell'intero equipaggio.
Le sue prime bracciate sono rapide e vigorose; eccoli quasi uniti, si può gridare al miracolo?... No! Quando solo qualche metro li divideva un'altra onda si frantuma tra i corpi, ormai intirizziti dal gelo. Dal ribollire della schiuma, si rivede il cannoniere che stancamente si muove e, lontano, la testa ricciuta del Tenente, un braccio che si leva e scompare È il suo ultimo saluto.
Hanno visto tutti, anche quelli che non c'erano: nessuno ci crede.
È un sogno, un bruttissimo sogno. Il Tenente è sempre con noi, è stanco, l'acqua è fredda e lui non è un leone; ora riposa nella sua cuccetta, non passeremo per il quadrato Ufficiali, si potrebbe svegliare ... Delirio.
Nessuno pensa a mangiare, nessuno ha sete: con catene di buglioli si continua a vuotare l'acqua dalla camera manovra.
Ecco la nuova alba, poi, il meriggio decembrino.
- Terra in vista!...
- Aprire i portelli!
- Gente in coperta!
Abbagliati dalla luce del sole, quasi ubriachi di quell'aria che non sa di olio, di nafta e di sentina, ci rannicchiamo intorno alla torretta. Perchè la bandiera vittoriosa è a mezz'asta? Perchè non si vede la figura giovane e maschia del Tenente, il suo sorriso calmo e confidente?... Quella bandiera è la realtà, ed è inutile continuare con i sogni.
Questa mattina c'è stata assemblea generale a bordo, già dalle sette il Cappellano Militare è sull'" ARGO" e con lui tutti noi. Poi siamo tutti radunati in camera lancio-avanti. Una bandiera tricolore, sul fondo, è stesa verticale a coprire i tubi di lancio; un candido lino copre un insieme rettangolare; sopra, quattro accumulatori portatili sono accesi ai Iati di un calice coperto e di un Crocefisso in piedi, in alto, al centro della bandiera. A Iato del calice, un mes-
sale; parte a parte altri arredi, in tutto un Altare. Davanti all' Altare, su un debole rialzo, ai piedi di esso, un guanciale coperto da un drappo nero. Sopra: il suo berretto, la fascia azzurra e la sua sciabola Noi siamo schierati su due file ai Iati: il Sacerdote inizia il rito di suffragio.
C'è tutt'intorno un'atmosfera mistica, di raccoglimento e di adorazione.
Siamo tutti uomini: i cinquanta personaggi d'un epico dramma, per nulla in contrasto con l'altare improvvisato sul ferro di prora; uniti a ringraziare Dio, uniti a rendere l'ultimo saluto allo scomparso.
Ed eccoci in ginocchio, tutti partecipi alla Mensa Eucaristica, prostrati di fronte a quegli ordigni di morte, a ricevere dalle mani del Ministro di Dio l'Ostia Consacrata.
" Il Tenente è lì in mezzo a noi, vivo e palpitante. Sorride, sorride per i nostri timori, le nostre paure e le malefatte di tutti i giorni. È orgoglioso di noi; del suo equipaggio che conosce fino all'anima, del suo equipaggio che gli ha fatto sprecare tanto fiato e che gli ha dato infine le più insperate soddisfazioni. Giovane e forte, freddo ed implacabile arciere contro il nemico, lo vediamo ancora amico, padre, fratello; figlio, come noi figli, di una mamma lontana che non
potrà mai riabbracciare "
È il Cappellano che parla; non l'aveva conosciuto e dice di lui, da quel po' che ha sentito raccontare da noi.
Sono parole magiche le sue? No! È la verità; e la realtà è di fronte al più assoluto dei silenzi. Un silenzio rotto da singhiozzi che rigano le guance, che stringe il cuore e toglie il respiro.
A me non vengono le lacrime agli occhi E tu Mamma lontana, nella tua gioia piena di desolazione, quando saprai che lui, il tuo figliolo non tornerà più, sii forte nel dolore e non crederlo mai. Era con noi stamattina, davanti ai suoi siluri, in mezzo al suo equipaggio: sarà sempre con te, accanto al tuo cuore e non ti abbandonerà mai.
Sappi che anche noi gli abbiamo voluto tanto bene.
Quando, un giorno, l"' ARGO" per ciascuno di noi non sarà che un ricordo; e tu Mamma, se sola e pensosa nel tuo grande dolore ancora cercherai conforto, ricorda l' Altare di prora, questo altare: dove per lui, per il tuo Sandro, ho visto i lupi di mare piangere.
BETASOM (Bordeaux)
14 dicembre 1940
Non può credere quanto abbia gradito la sua rievocazione e l'invio che me ne ha fatto, che testimoniano quanto ancor vivo sia in Lei la memoria per il mio Eroico Figlio
Livia Fusari De Santis
Roma, 13 dicembre 1956
lunedì 5 maggio 2008
I Viandanti
Una volta, ad un animaletto che procedeva tutto solo, camminando sulla sabbia infuocata del deserto, accadde, tutto d'un tratto, di vedere oscurarsi il sole; e, di li a poco, di osservare atterrito, una enorme montagna passargli a fianco.
Dopo alcuni attimi di sgomento, l'animaletto notò con sollievo, il rapido diradarsi delle ombre; rivide il sole e, con gioia, risentì il suo vivo calore.
Troppo piccola la formica; troppo, troppo grande l' elefante: non si conobbero, e continuarono imperturbabili il loro cammino
Dopo alcuni attimi di sgomento, l'animaletto notò con sollievo, il rapido diradarsi delle ombre; rivide il sole e, con gioia, risentì il suo vivo calore.
Troppo piccola la formica; troppo, troppo grande l' elefante: non si conobbero, e continuarono imperturbabili il loro cammino
Presentazione
Quando nacqui, il 6 ottobre 1918, la grande guerra stava per finire e tutti, come si può bene immaginare, non aspettavano altro.
A parte il fatto che non furono sparati i tradizionali colpi di cannone a salve per annunciare la mia venuta al mondo, e che nessun individuo abbia pensato di farlo; era pur tuttavia d'obbligo fare i quattro passi fino al Municipio, per la prescritta notifica; anche se mia Mamma, dati i tempi, non sapeva proprio come avrebbe potuto fare.
Una donna del vicinato, ci sono sempre delle buone persone a questo mondo, si prese tale incombenza; dopo aver ottenuto da mia madre, sola in casa con la sorellina di 6 anni ed il fratellino di 4, l'autorizzazione, abbastanza allettante, di mettermi il nome che più le sarebbe piaciuto.
Così, in uno dei tanti libroni che si conservano presso gli Uffici di Stato Civile del Comune di Fano, venne scritto il mio primo nome: LIVlO.
La guerra, malgrado le buone intenzioni della gente, durava a finire.
Nel frattempo, non si sa bene quando abbia avuto inizio e da che parte, si propagò in tutta Europa la terribile epidemia, che passò ai posteri con il nome di “Spagnola”: fra le migliaia e decine di migliaia di persone colpite dal terribile morbo, ci fu anche la mia nonna materna che mi dissero, poi, tanta brava e buona, che si chiamava Maria.
Quando gli avvenimenti, tra una schiarita e l'altra, cominciarono a dare un certo respiro, anch 'io venni portato al Fonte Battesimale e qui, logicamente, venni battezzato con il nome di: MARIO.
La guerra doveva essere già finita, I 'ho dedotto dal certificato di battesimo, avuto tra le mani in occasione del mio sposalizio; poichè a fianco di MARIO, vi trovai scritti anche i nomi di LIBERO e SALVATORE.
Giunto così, gratuitamente, a tanta distinzione, nessuno si meravigli se ai quattro nomi già detti, una volta raggiunta l'età della ragione, anche per via della mia scrittura, spesso illeggibile, se ne siano aggiunti degli altri, come: Gino, Lino, Sino, Silvio.
Forse, e sia detto tra noi, solo a significare la natura complessa di questo "contastorie', nato a quattro passi dalla rena, dai blocchi e dagli spruzzi; dove il sole, come un pittore ammattito, colora tutto di porpora, di turchese e di smeraldo; dove il mare, da solo, canta, incanta e addormenta.
A meno che, per una fatale coincidenza del destino, l'essere mio abbia voluto manifestarsi, per via di sangue e di casato, quale discendente di nomadi o patrizi russi, spagnoli o polacchi; dove, e chissà perchè, è in uso dare ai neonati: tanti nomi, quanti se ne possono dire, uno
in fila all'altro, con un 'unica, lunga, tirato di fiato.
Non si sa mai.
A parte il fatto che non furono sparati i tradizionali colpi di cannone a salve per annunciare la mia venuta al mondo, e che nessun individuo abbia pensato di farlo; era pur tuttavia d'obbligo fare i quattro passi fino al Municipio, per la prescritta notifica; anche se mia Mamma, dati i tempi, non sapeva proprio come avrebbe potuto fare.
Una donna del vicinato, ci sono sempre delle buone persone a questo mondo, si prese tale incombenza; dopo aver ottenuto da mia madre, sola in casa con la sorellina di 6 anni ed il fratellino di 4, l'autorizzazione, abbastanza allettante, di mettermi il nome che più le sarebbe piaciuto.
Così, in uno dei tanti libroni che si conservano presso gli Uffici di Stato Civile del Comune di Fano, venne scritto il mio primo nome: LIVlO.
La guerra, malgrado le buone intenzioni della gente, durava a finire.
Nel frattempo, non si sa bene quando abbia avuto inizio e da che parte, si propagò in tutta Europa la terribile epidemia, che passò ai posteri con il nome di “Spagnola”: fra le migliaia e decine di migliaia di persone colpite dal terribile morbo, ci fu anche la mia nonna materna che mi dissero, poi, tanta brava e buona, che si chiamava Maria.
Quando gli avvenimenti, tra una schiarita e l'altra, cominciarono a dare un certo respiro, anch 'io venni portato al Fonte Battesimale e qui, logicamente, venni battezzato con il nome di: MARIO.
La guerra doveva essere già finita, I 'ho dedotto dal certificato di battesimo, avuto tra le mani in occasione del mio sposalizio; poichè a fianco di MARIO, vi trovai scritti anche i nomi di LIBERO e SALVATORE.
Giunto così, gratuitamente, a tanta distinzione, nessuno si meravigli se ai quattro nomi già detti, una volta raggiunta l'età della ragione, anche per via della mia scrittura, spesso illeggibile, se ne siano aggiunti degli altri, come: Gino, Lino, Sino, Silvio.
Forse, e sia detto tra noi, solo a significare la natura complessa di questo "contastorie', nato a quattro passi dalla rena, dai blocchi e dagli spruzzi; dove il sole, come un pittore ammattito, colora tutto di porpora, di turchese e di smeraldo; dove il mare, da solo, canta, incanta e addormenta.
A meno che, per una fatale coincidenza del destino, l'essere mio abbia voluto manifestarsi, per via di sangue e di casato, quale discendente di nomadi o patrizi russi, spagnoli o polacchi; dove, e chissà perchè, è in uso dare ai neonati: tanti nomi, quanti se ne possono dire, uno
in fila all'altro, con un 'unica, lunga, tirato di fiato.
Non si sa mai.
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